Viaggio tra Oscalito e VANNI, dove il Made in Italy smette di essere slogan e torna ad essere cultura materiale
C’è un momento preciso, visitando Oscalito e poi VANNI, in cui la collaborazione tra le due aziende smette di apparire come una capsule ben costruita sul piano estetico e rivela invece qualcosa di molto più interessante: una continuità culturale.
Non tanto nel prodotto finale — maglieria da una parte, occhialeria dall’altra — quanto nella materia, nel metodo e soprattutto nell’idea industriale che sostiene entrambe le realtà.
La connessione passa infatti attraverso il cotone, una materia che in Oscalito resta fibra, filo, tessuto, contatto diretto con il corpo, mentre nel mondo VANNI riappare trasformata: la cellulosa del cotone entra nella composizione dell’acetato e diventa montatura.
La stessa origine biologica genera quindi due oggetti diversissimi tra loro.
Ed è forse questo il dettaglio più sofisticato dell’intero progetto: la collaborazione non nasce da un esercizio di branding ma da una genealogia materiale condivisa, un elemento sempre più raro in un’industria che spesso costruisce narrazioni molto più velocemente di quanto costruisca i prodotti stessi.
Sia VANNI che Oscalito appartengono a quella tradizione industriale torinese che ha sempre avuto un rapporto molto concreto con la qualità. Non una qualità costruita come lusso esibito, ma come rigore produttivo. Entrando da Oscalito si percepisce immediatamente questa disciplina silenziosa: lavorazioni precise, attenzione ai materiali, continuità tecnica. Una cultura del prodotto che non cerca di impressionare attraverso la teatralità, ma attraverso la consistenza. Ed è interessante perché oggi il Made in Italy viene spesso raccontato come categoria estetica o lifestyle, mentre storicamente nasce soprattutto come sistema industriale fatto di distretti, competenze verticali, filiere corte e manifattura specializzata. Oscalito conserva ancora questa idea di produzione: il perfezionamento costante di un sapere tecnico.
E anche VANNI, pur muovendosi in un universo completamente diverso come quello dell’occhialeria creativa, sembra condividere la stessa logica. La collaborazione nasce infatti da una visione comune opposta alle pratiche del fast fashion del tessile e degli accessori: filiera corta, controllata, etica, materie prime certificate, attenzione per il territorio e per il processo produttivo. Non è casuale che entrambe le aziende facciano parte della rete Exclusive Brands Torino, e che Oscalito sia tra i sostenitori di Slow Fiber, il movimento internazionale che promuove una filiera tessile più responsabile e consapevole.
Da VANNI ho percepito qualcosa di particolarmente interessante: una tensione continua tra design, leggerezza progettuale e identità. Perché l’occhialeria italiana vive una contraddizione unica: è uno dei settori più sofisticati del Made in Italy sul piano tecnico e industriale, eppure lavora su un oggetto piccolo, quasi minimale, che però modifica immediatamente la percezione di chi lo indossa.
Un occhiale cambia un volto, ma soprattutto cambia un linguaggio visivo ed è qui che VANNI si distingue: non cerca l’oggetto urlato o l’effetto immediatamente riconoscibile che domina molta parte dell’accessorio contemporaneo. Lavora invece su una progettazione più sottile, più misurata, quasi editoriale: le forme mantengono equilibrio. I colori evitano l’eccesso gratuito, anche quando diventano più audaci, conservano sempre una certa intelligenza progettuale: un design che deve convivere con il corpo, non semplicemente fotografarsi bene.
Questa filosofia emerge con chiarezza nella capsule VANNI x Oscalito. La collezione è composta da tre modelli di occhiali da sole dai nomi profondamente legati all’immaginario torinese: Dora, Aurora e Valentine.
Dora lavora su una forma avvolgente ed equilibrata, morbida ma strutturata.
Valentine introduce invece un rettangolare più definito e contemporaneo.
Aurora, infine, sviluppa un cat-eye ultra femminile senza mai cadere nell’eccesso rétro o caricaturale.
Anche qui il lavoro più interessante avviene nella materia.
L’acetato di cellulosa utilizzato ha origine certificata e dialoga direttamente con l’universo tessile di Oscalito. Le palette riprendono infatti i filati del brand: nero, bianco, blu, verde muschio, Havana caldi e maculati che ricordano superfici morbide, tattili, quasi tessili.
Accanto a queste tonalità compaiono anche alcuni degli acetati esclusivi più riconoscibili di VANNI: il DAMA dalla trama damascata bluette, il Pixel verde dalla texture quasi digitale e il Blade laminato fucsia.
È interessante osservare come l’occhialeria riesca qui a tradurre concetti tipicamente tessili: le trasparenze ricordano stratificazioni di filato, le texture sembrano lavorare quasi sulla memoria tattile; perfino la luce sull’acetato restituisce una profondità molto diversa rispetto a quella dell’occhiale costruito soltanto per essere appariscente.
Anche il confezionamento racconta questa stessa attenzione culturale al materiale. I sacchetti portaocchiali nascono infatti da un’operazione di upcycling di prezioso raso di seta Oscalito color pavone, mentre raffinati colli in filoscozia di cotone completano la confezione. Dettagli apparentemente secondari, ma che in realtà chiariscono molto bene il senso della collaborazione: non una semplice operazione d’immagine, ma il tentativo di costruire una coerenza estetica e produttiva completa.
Ed è forse proprio qui che VANNI prende una posizione interessante nel panorama contemporaneo. Negli ultimi anni molta occhialeria è diventata iper-performativa: oggetti progettati quasi esclusivamente per produrre riconoscibilità immediata online: montature molto visibili e molto rumorose. VANNI sembra invece muoversi nella direzione opposta: costruire occhiali che mantengano identità senza diventare caricature del trend.È una differenza sottile ma fondamentale.
Perché il vero design non è quello che urla di più, è quello che continua a funzionare anche quando il rumore del momento si abbassa ed è forse per questo che la collaborazione con Oscalito appare così convincente: perché entrambe le aziende sembrano condividere la stessa idea di qualità.
Una qualità meno spettacolare, ma molto più difficile da costruire. Quella che nasce dalla coerenza.